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Bereketversi!

Tutto ciò che gira attorno al “viaggio” o al “viaggiare” ha una certa forza ipnotica che volente o nolente richiama l attenzione di chiunque. Chi, all’ ascoltare tal parola, non prova nelle proprie viscere alcunchè di diverso o non immagina qualcosa di attraente, fa parte della famiglia degli anellidi. (A te lettore che ti inorgoglisci di far parte di una “famiglia” pensando a una possibile scoperta di appartenenza a un alto rango aristocratico e  fregandotene della vena romanzesca dell’ esplorare ti consiglio di non andare su wikipedia )

C’ è chi viaggia per ostentazione sociale, chi invece lascia il proprio nido per alcuni giorni solo per mettere una piccola parentesi tra le righe e le rughe della propria noia quotidiana, chi lo fa per amor proprio. L’ ultima categoria è la più interessante. Sono coloro che vedono nel viaggio un certo qual meccanismo che alla fine dei conti non  fa che arricchire se stessi, lasciando appunto i suddetti conti in rosso. Non ci vuole dunque una massiccia dose di amor proprio per fare qualcosa che arricchisce te stesso ma impoverisce le tue stesse finanze? Il più delle volte tale arricchimento ha solo la durata di pochi giorni e come frutto, memorie di dispositivi elettronici diminuite a suon di foto.

Ma spolpando l argomento a colpi di riflessioni in solitaria sono arrivato alla conclusione che una cosa sola sia la fonte dalla quale trabocca tutta questa energia che porta a intraprendere un viaggio, essa è la Diversità. È la diversità che attrae flotte di persone in luoghi lontani dalla propria casa. C è chi lo fa con più coraggio, c’ è chi lo fa con più professionalità, o chi lo fa con più insensatezza ma è indubbio che chi va all’ estero alla fine non fa altro che vedere, toccare, ascoltare, pensare, parlare, sentire, mangiare, scopare, odorare “qualcosa” di diverso. Per quello penso che il viaggio deve per forza provocare una reazione in ciascun essere che umano si voglia definire… spesso il diverso provoca paura e la paura scalcia nella pancia e nelle viscere di ogni uomo. Non per niente spesso si fa proprio quello di cui si ha più timore (o proibizione) ma questa è un’altra storia.

La cosa più curiosa della questione (e che a pensarci bene è proprio paradossale) è che si, ci si meraviglia in terra straniera se si mangia con le mani o le bacchette, se si caga seduti, accovacciati, all’ impiedi, meccanizzati o profumati, ma ci si meraviglia ancora di più se in terre sconosciute si trova qualcosa di uguale alla terra Natale.

Quando i confini dei miei spostamenti si fermavano a Scilla e Cariddi, Capo passero e Marsala, mi godevo le giornate di vacanza andando a fare grigliate tra le verdi campagne. Una volta, era domenica, e di prima mattina ci misimo in viaggio. Guidavo quando mi resi conto che alla lista della spese mancava qualche ingrediente fondamentale per la buona riuscita della sfida tra i giovani stomaci. Cosi mi fermai nella prima bottega utile in via Oreto. La via Oreto è una via che prende nome dal fiume sopravvissuto alla modernizzazione urbana e che collega il centro di Palermo con l autostrada. Essa è povera di bellezze ma ricca di macchine e di palazzi senza animo. Cosi come senza estetica era la bottega di alimentari, oggetto della sosta. Faccio le mie compere e, una volta sganciato il contante, noto con devota simpatia che la cassiera, palermitana di 60 anni con occhiali anni 70 con più fianchi che altro, si fa il segno della croce. Che figata e dolcezza vedere il sacro accoppiato per quello che oggi è considerato profano ovvero il commercio. Non si poteva non apprezzare l’ abbondanza di speranza che quel segno di croce portava con sè. Quella sacralità in un posto dove il prosciutto era di ultima qualità, mi fece intuire le ristrettezze in cui versavano i proprietari che per risollevare le sorti della propria attività chiamavano in causa anche la loro divinità. Da ottuso borghese benestante liquidai l’ evento come folkloristico e con superficialità.

Ho poi assistito a un simile “gioco delle parti” tra sacro e profano anche in Turchia, era la seconda volta ma per la prima volta non ho disprezzato l evento ma l ho onorato.

Mi trovo ad Antalya, città al sud della nazione, con spiccata crescita economica e quindi aumento della popolazione. Come da letteratura, la città ha affrontato una espansione geografica notevole così da rendere la propria periferia lontana 30 minuti di autobus dal legnoso centro antico e ottomano. Le periferie hanno prezzi più bassi e la mia casa è in periferia. Dato che la vita ludica dei giovani turchi risiede nel vecchio cuore cittadino, per divertirmi devo accollarmi o 30 minuti di autobus o 30 lire turche di tassista, che son tanti per il tenore di vita turco. Una notte stanco per il lavoro, mi accollo i 10 euro (ovvero le 30 lire). Essendo ai margini della città è difficile incontrare un taxi, ma quella notte, ne vedo uno in lontananza. Vagava timido come se non conoscesse le vie o cercasse qualcosa. Ero ancora indeciso se prenderlo o meno, dato che ero ancora alla fermata ma il mio sguardo incontra quello del guidatore che avendo capito la mia indecisione si ferma. Io mi faccio convincere alla vista della comodità dei bei sedili di pelle nera e monto sulla vettura a pagamento: viaggio veloce e scontato alla fin del quale al momento di sganciare il contante la autista quindi cassiere, mi fa un cenno di ringraziamento e mi dice: ”bereketversi!”.

Che il turco sia una lingua difficile è ben noto, e tale consapevolezza mi avrebbe portato a lasciar scorrere il significato di tal parole se questo non fosse stato accompagnato da un movimento molto strano della mano che teneva le banconota. In pratica il signore si è fatto scivolare il pezzo di carta consunto ma pieno di lire turche prima sulla guancia destra e poi su quella sinistra. Io ovviamente ero piacevolmente stordito e rincoglionito da questa impenetrabile manifestazione di umanità in un taxi tanto misero. Il mio cervello era vuoto. Godevo di questa vuotezza che se continua nel tempo ti fa essere stupido ma se è momentanea e conseguente a eventi mai visti non è altro che un segno dell’ apprendimento in corso.

Cosa voleva significare mai? Non perdo tempo a indagare e scopro con molto piacere che il termine è un auspicio. Un magnifico auspicio. È una parola di antica memoria e usanza che la mia giovane collega di 28 anni ha sentito nella sua vita (parole sue) 2 massimo 3 volte. Essa non può essere tradotta ma viene professata da tutti i turchi o (consideratane l antichità) gli ottomani, proprietari di piccole botteghe o esercizi commerciali, che, non appena ricevevano i primi contanti della mattina (o della sera considerato il ruolo del taxista) la pronunciavano. Ripetere questa parola, mi viene spiegato, è una forma di ringraziamento/richiesta ad Allah per i soldi ricevuti e perché ne arrivino degli altri. Chi la dice, per come la dice, si trasforma in un precipitato della propria anima. La sacralità di un momento cosi banale esplode e si diffonde.

In un primo momento sono felice perché sono inciampato in quegli eventi sconosciuti ai più e ai redattori di guide turistiche e che danno il gusto di vivere all’ estero. In un secondo momento sono stupito nel ritrovare come questa diversità ricercata da chi viaggia alla fine si riduce in uguaglianza: riconoscere come il taxista di Antalya e la bottegaia di Palermo in fin dei conti non avessero fatto nient altro che la stessa cosa. Avvicinare l estremo della banalità (i soldi) con l estremo della sacralità (Dio), per la proprio sopravvivenza, per la propria vita, come in Italia così in Turchia (e chissà in quale altro posto del mondo).

Viaggiare è bello per scoprire il diverso, ma se fra le pieghe del diverso scorgi l’ uguale… quello si che è figo!

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la seconda volta

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La vita da espatriato è felicemente ricominciata e di conseguenza, non poteva non seguire l attività di cronaca di viaggio che tanto è stata apprezzata in madre patria. Infatti al ritorno dalla mia amata Argentina, molti sono stati coloro che incontrandomi mi hanno confessato di essere segreti follower del presente blog. La cosa divertente è che alcuni mentre mi confessavano il loro piacere nel “leggermi” erano mortificati, contriti, provavano vergogna quasi come se fossero entrati segretamente e di soppiatto nella mia privacy.

A tutti ribadisco che se scrivo è perché voglio che la gente legga, sappia e perchè no acquisisca un nuovo punto di vista. Confesso inoltre che mi rende orgoglioso di me stesso andare nella pagina delle statistiche interne e vedere il numero di persone che sono entrate nel presente diario di viaggio. E’ soddisfacente sapere che qualcuno preferisce leggere le mie parole piuttosto che masturbarsi (mentalmente e non) su internet (anche se riflettendo penso che leggere il mio blog non escluda a priori che un utente di internet non si masturbi- sempre mentalmente e non- lo può benissimo fare sia prima che dopo … prego solo Iddio che  non lo faccia contemporaneamente: masturbarsi e leggermi.).

Scrivo dall’ appartamento in cui vivo ad Antalya in Liman Mahallesi Ataturk Bulivari al numero civico 297 e mentre digito, la televisione mi accompagna sciorinando nomi e numeri delle elezioni amministrative della repubblica Turca del 30 marzo 2014. (Oggi mia sorella fa il compleanno tra l’ altro, Auguri Ali!)

Vivendo solo, sto cercando di restaurare un relazione con un oggetto (la televisione) che negli ultimi 2 anni della mia vita ho notevolmente disprezzato vuoi perchè temevo mi facesse violenti scippi di tempo, vuoi perchè avevo e ho la percezione che la maggior parte dei canali italiani e dei loro protagonisti facessero e facciano gran danno al mio cervello.

Adesso che le condizioni al contorno sono cambiate, poco a poco cerco di ricostruire questa “storia”.  Accendo la televisione principalmente per addestrare il mio orecchio a questa lingua che a un comunissimo italiano non sembra altro che un mischio di suoni gutturali e liquidi, impervio, caotico, oscuro e tiepido. Penso che sia già un gran risultato riconoscere almeno quelle parole che giorno per giorno memorizzo sforzandomi. 

Per di più oltre al proposito didattico, ho il vantaggio di toccare con mano come in ogni singola città, da Antalya a Bitlis, da Mersina a Burdu, da Ciannakale a Diayarbakir, il partito del sultano Erdogan è vincitore.”Sultano” non solo perché le redazioni di opposizione lo raffigurano come tale nelle prime pagine dei loro quotidiani, ma anche perché da vero sultano/imperatore ha deliberatamente chiuso twitter e youtube.

Per il secondo non mi sono ancora potuto abituare dato che era l unica fonte di accesso al gruppo argentino “arbolito” che tanto amo e le cui canzoni non si trovano nemmeno nelle app clandestine per scaricare musica. Ma me ne farò una ragione. E poi a quanto pare fatta la legge, trovato l’ inganno: già esiste una soluzione per accedere ugualmente a sito di condivisione video.

Certo è che un pensiero mi balena da diversi giorni in testa “Ma puòImmagine essere mai che per la seconda volta, mi trasferisco in un nuovo paese e quest ultimo che fino a qualche tempo fa non era cagato di striscio dai media italiani adesso invece è sempre tra i primi articoli di repubblica.it?”

La prima volta l argentina chi se la cagava dopo la grande crisi del 2001? al di là dei grandi e antichi fasti di Buenos Aires, pochi sapevano a riguardo e per di più, prima che partissi per la fine del mondo, ci fu anche chi mi chiese dove si trovasse Buenos Aires. Poi col papa che dalla “villa miseria” (la favella argentina) è approdato a San Pietro non si parla che di Argentina e i documentari sulla Patagonia, le cascate di Iguazù, Mendoza e le Missioni gesuitiche sono spuntati come funghi ( a quanto dice mia mamma: io e la tv eravamo separati in casa).

Adesso lo stesso, mi trasferisco in Turchia e beem! il premier diventa sultano e si sopprimono mezzi di democrazia liquida come twitter e youtube… e io sempre in mezzo come “u petrosino” ovvero il prezzemolo. (Si da del “petrosino” a tutti coloro che in Sicilia sono sempre in mezzo alle palle, e ciò non perchè in Sicilia teniamo il prezzemolo dentro le mutande ma perche in Sicilia il prezzemolo è molto usato in cucina).

Scherzando tra me e me (anche perchè con chi potrei scherzare dato che nessun italiano è presente ad Antalya, i turchi parlano poco l inglese e io non parlo il turco)ho pensato: di sto passo se mi trasferisco a Pechino cade il regime comunista cinese! e questa si che sarebbe bella!

Per una certa casualità, per  la secondo volta, a un cambiamento strutturale della mia vita corrisponde un cambiamento macroscopico geopolitico (non so qualche aggettivo usare diverso da “geopolitico” per rendere l idea che “fuori” è cambiato qualcosa,accetto suggerimenti) . 

Dunque ho deciso di ricominciare a scrivere per la seconda volta. Spero che vi piaccia. A me piace.

Pula catraca

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Dopo 4 mesi di Sud America, dopo infinite facce osservate, storie ascoltate, odori inalati mi rendo conto che quando sono approdato qui senza parlare un parola della lingua ero se non pazzo per lo meno temerario. Di certo non coraggioso. Ero talmente motivato, elettrizzato all’ idea di poter vivere in questo continente che nella mia testa piena quasi a esplodere di materie eccitanti e auto prodotte come adrenalina e endorfina, non si palesava neanche il rischio di alcunché di cattivo, insicuro o pericoloso, amaro.

Ho pagato le suddette sostanze eccitanti con 2 bei cellulari (e anche qualcosa di piu a livello affettivo) ma ne sono grato e mi tocco perche mi mancano 20 giorni prima di tornare in patria. Ero letteralmente drogato e con tenerezza mi guardo indietro e dico “mamma mia ero folle”. Con ciò non voglio dire che non si possa vivere qui, anzi. Ma il rischio c è, la pericolosità maggiore pure e incosciente è chi non lo considera e goliardicamente passeggia per questa terra, con una bella reflex al collo, mappa alla mano, calzoncini corti color panna e Ray Ban sgargianti.

Cosi ecco la differenza tra il temerario e il coraggioso, il primo è colui che non ha paura né considera alcun rischio e vive l esperienza che ha intenzione di vivere con assoluta naturalezza e sicurezza non prendendo le giuste precauzioni. Coraggioso è chi sente, vede, tocca la paura e pur di fare quello che deve o vuole fare ci convive fino a farla scomparire. Diceva infatti Giovanni Falcone “l importante è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare da essa, ecco il coraggio è questo altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”.

Quando dunque scelsi di intraprendere un viaggio per il Brasile per una parte in compagnia del mio “fratelo” brasiliano ma per la maggior parte solo, io avevo paura. Adesso so cosa è il sud america, e per quanto sia allenato e abbia questa nuova “skill”, avevo saputo che il Brasile è peggio della mia amata Argentina, e soprattutto non parlo il portoghese. Le emozioni che di repente mi fecero prendere i biglietti aerei non mi fecero considerare che per 7 giorni sarei stato completamente solo e in compagnia di me stesso tra Sao Paolo e Rio de Janeiro. Ma quando me ne accorsi il dado era tratto e poi, andavo pur sempre in Brasile. Dunque per un mese e mezzo aspettai questo viaggio con emozione, trepidazione, curiosità e timore.

Il viaggio arriva. Vengo accolto dalla famiglia di Rapha con una bella cena a base di cucina libanese. Si perché anche il brasile è terra di tutti (tranne che dei disgraziati popoli pre-esistenti o indigeni): italiani spagnoli europei in genere, libanesi, armeni, giapponesi (in brasile c è la comunità più grande di giapponesi al di fuori del Giappone. ), e dato che sua nonna è una libanese doc ecco che la cena di benvenuto era a base di tabulè, cous cous e altri piatti dai nomi indecifrabili a base di verdura e palmitos brasiliani. Ovviamente ho assaggiato tutto.  Il mio cervello era in cortocircuito non potevo credere di mangiare libanese a San Paolo. Il mio stomaco era in visibilio non poteva credere di mangiare qualcosa che in un modo o nell’ altro aveva a che fare col Mar Mediterraneo. Il mondo è bello perché è vario.

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Ecco dunque i primi 4 giorni di vita paolista con una allegra e ridente famiglia brasiliana che a tavola, gioiosamente e come se nulla fosse, esercita battute di spirito su prostitute e bordelli. Attenzione! A te italiano catto-formato,  ciò non significa che sia una “mala” famiglia, ma che sia una ordinaria famiglia brasiliana: nella cultura paolista infatti l argomento “puttane” è una cosa comunissima non solo le si vede tranquillamente in strade e palazzi di lusso ma anche si ascoltano e ci si inciampa nelle chiacchierate tra padre e figlio o negli scherzi del giorno di San Valentino tra coppie felicemente innamorate. E’ così, una cultura diversa. Punto. È così che a parte le spiagge mi sono anche spiegato come mai il Brasile è una meta tanto ambita tra tanti mie connazionali col quali compartisco bandiera e cultura per la appunto catto-formata… ma questa è un’altra storia.

Dunque ecco che il fatidico momento del viaggio in solitaria arriva. Vengo lasciato in un hostel. Saluto la famigliola un poco impaurito, con la coda tra le gambe da un lato, grato per il meraviglioso calore familiare dall’ altro. Adesso a guardarmi indietro in quell’ ostello colorito e colorato, con profumi zen e sedie di legno provenienti dal più antico cinema di Sao Paolo, penso all’ immagine di un bimbo al primo giorno di scuola “per favore non mi abbandonate!” . Pianti.  Non era il primo giorno di scuola ma era pur sempre un qualcosa “per la prima volta”: un viaggio da solo. A proposito, mio caro lettore, quando è stata l’ ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?

Adesso dovevo fare affidamento a me stesso, la mia capacità di leggere e fidarmi delle persone, il mio olfatto. Il mio italo spagnolo che doveva fare gli straordinari per prepararsi a essere portugnol.  E alla fine è andata bene sono pur sempre qui che scrivo.

Tra le tante facce di cui mi fidai e di cui adesso sono grato di aver creduto al mio olfatto è la faccia orientale della brasiliana Katia, receptionist dell hostel. Katia dagli occhi a mandorla, ex fidanzata di un salernitano dittatore in cucina, ha tutti e 4 i nonni giapponesi nati in giappone ma i figli di queste due coppie sono nati in terra brasiliana cosi anche Katia, che al di là dei tratti , di giapponese conserva solo la passione per il cibo. Per il resto è più brasiliana di una noce di cocco.

Cosi ecco che, dato che parlava lo spagnolo, comincio a intessere una bella discussione per conoscere un pò questo paese che tiene una relazione di amore/odio con la mia “querida” Argentina. E cosi per caso uno di questi sentieri mi porta a scoprire che la minuta e dolce, finta giapponese, quella sera dopo il lavoro andava alla famosa manifestazione. Mi scappa un “me gustaria ir” (mi piacerebbe andare). Lei coglie l occasione al volo e mi dice “vieni”. In 1 microsecondo nella mia testa si attua il dibattito tra la parte che voleva andare e la controparte. Da un lato la curiosità, l esplorazione, la voglia di vivere emozioni forti, l orgoglio di poter dire “anche io ho manifestato coi Paolisti” dall’ altro, la Paura, l’ insicurezza, la sensazione di fare una cazzata, le voci di tutti che raccomandavano di rimanere in albergo dopo le 17.00.

Come elemento probatorio considero la faccia della tipa, tale serenità tutta orientale, tale “budhicità” come poteva tradirmi? “ bueno, entoncese me voy!” (buono a allora vengo!).Peccato che dopo circa 10 minuti vedo che la tipa prende la sua sciarpa leopardata e mi chiede “hai qualcosa del genere?” e io “ no perche?”, e mentre tarda a darmi la risposta prende la sua sciarpa e la strappa in due pezzi, con dolce determinazione. “Non si sa mai, l ultima volta hanno usato i lacrimogeni”.

Porca Buttana. A me e alla mia fottuta voglia di esplorare e “vivere” altre culture. Ma anche qui il secondo dado era tratto. Come potevo dire “no guarda in realtà me la cago non voglio venire più, preferisco soffocare di noia e monotonia con l ipad del hostello, in compagnia della mia solitudine e rimpiangere per sempre che la manifestazione l ho vista solo in tv come se vivessi in provincia di Lecce”? Vado.Grazie a Dio la manifestazione non era stata violenta come la prima ma a parte un poco di tensione ai tornelli della metro nulla di pericoloso, anzi. Solo giovani, a migliaia, a flotte nelle strade e soprattutto nella gigantesca metropolitana con un energia calda, orgogliosi di essere li, bandiere brasiliane sulle spalle di tutti, canti, balli, cartelloni voci “Pula catraca, pula catraca, pula catraca!” che significa “salta il  tornello!” Si perché la rivoluzione in Brasile è nata perche il governo ha recentemente alzato i prezzi dei trasporti pubblici.

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A parer di Katia non si manifestava solo per quello, si manifestava per il futuro, per creare un paese migliore più aperto meno conservator,e omofobo e razzista. Tutti coloro che più o meno ripetevano queste parole (e quindi quasi tutti i manifestanti)vibravano, emanavano un qualcosa di profondo che un borghese italiano abituato a frequentare salotti e vetrine piuttosto che scioperi e manifestazioni non sa cosa sia.

ImmaginePlaymobil 6393 2 Antifurto (Imballaggio del) (R5x) | Premio pazzesco, Birmingham | Liquidazione | Consegna Immediata | Eleganti | Eccezionale | Primo nella sua classe | Prese tedesche

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Di fatti parlavi con chi parlavi avevi la sensazione di partecipare alla costruzione della Storia. Mai il Brasile era stato contagiato da tanto clamore e calore. Si sentiva veramente che li in quell’ intervallo di tempo LORO costruivano la loro di storia. Non c era festa che teneva, o donna che chiamava, la sera si andava a manifestare. Che figata pazzesca. Quando la Presidentessa parlava calava il silenzio, non c era fottuto scozzese che poteva parlare nell hostello che subito si sentiva un “schsss” con accento brasiliano che non ammetteva sconti a nessuno.

Ancora una volta ho avuto l’ opportunità di godere respirare questa sensazione un paese del Sud America quando la prima volta è stata per il primo papa nero (nel senso “gesuita”).

Adesso prego Iddio che mi faccia sentir, respirare lo stesso nella mia di amata patria.

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“La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.” (Pablo Neruda)

prezzemolo boliviano

Ci sono delle piccole cose nella vita di tutti giorni che non hanno senso economicamente parlando.

Nell’ angolo tra calle Carlos Calvo e calle Perù si trova l’ antico mercato di san telmo fondato nel 1897 e al lato del quale vi si trova una piccola bottega di verdure e frutta,tanto colorita  che sembra che si vendano arcobaleni a fette.

Ogni giorno ci passo davanti. Essendo questa la zona più antica, artistica e chiacchierata nei salotti del turismo, i prezzi sono in media più alti che la media dei prezzi portegni. Tutti mi sconsigliano di comprare li. Ma io vado. Ed è qui che dimora il non senso economico. Per ogni compra che faccio spendo in media 20/30% in più.

Potrei risparmiare, andando da un comunissimo, anonimo, scolorito e sordo mercato “chino” ma non lo faccio. A tal proposito, mio amico lettore (Magda e Filo, perché solo voi due mi cacate)devi sapere che qui tutti i mercati sono dei cinesi. A eccezione del carefour, non si capisce questo strano fenomeno, o meglio, ancora non ho voluto, ma se decido, con la mia solita faccia da bimbo ingenuo pieno di peli ispidi come il pelo del maiale e neri, potrei trovare la risposta, mitragliando di domande tutti gli sventurati che incontro nel mio cammino. E’ un dato di fatto che le conversazioni tra un cinese di Buenos Aires che non parla spagnolo e un siciliano che sulla carta parla 3 lingue ma che in verità non ne parla nessuna tranne quella dei versi da soddisfazione da pancia piena,risulta essere una No-Conversazione. Almeno uno dei due ne esce sconfitto, depresso, stanco della vita e sei suoi nonsensi. A tal motivo evito di andare dai cinesi.

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Ho fatto il voto dunque di frequentare il sopracitato negozietto di verdure di proprietà di un Boliviano che ho ribattezzato “perejill” ovvero prezzemolo. Una volta non sapendo come dirlo in spagnolo l ho ripetuto cosi tante volte che per memorizzarlo ho chiamato il boliviano stesso “perejill”. Il sudamericano, per nulla scosso o smosso va al contrattacco chiamandomi “Milanesa”, perche Milanese era la mia cena di quella sera e perché sempre appena mi incontra mi chiede “que vas a comer hoy?” (Che mangi oggi?). Cosi come fanno le casalinghe palermitane che alle otto del mattino non parlano né di figli, ne di mariti, ne di leggi elettorali, ne di prostiboli ma si chiedono”chi manciasti arsira?” “che hai mangiato ieri sera?” della serie tutto il mondo è paese.

E cosi come in altre viuzze di questo paese-mondo, fioriscono i consigli e gli scherzi. Che avrebbe mai detto che mi sarei cucinato un piatto cinese suggerito da un boliviano? Soddisfazioni multiculturali.

Non parliamo poi degli scherzi. Per quanto l abbia battezzato con il nome di prezzemolo la sua figura nulla ha a che vedere con le caratteristiche della gustosa e vitale fogliolina. Lei, slanciata chiara fina, lui, grande rotondo, a forma di botte con una pelle color scuro sud america, capelli lisci e neri e soprattutto delle lentine a contatto di colore grigio dal gusto non del tutto delicato o borghese parigino: insomma tamarissime (per i palermitani: tasciscissime). Non solo il caro prezzemolo pacchione indossa ogni santo giorno un grembiule da matrona-cuoca che lo fa sembrare proprio un mangione, quasi suino. E’ cosi grosso che sta sempre immobile e seduto. Come le statuine del Buddha pieno di rotoli di grasso che si trovano nelle vicine botteghe di antiquari. Mi sembra in fatti che il suo immobilismo sia dato dal suo grasso, nel senso che un piccoli movimento a lui costa molto di più di quanto possa costare a me “Milanesa” tutta pelle e peli (più peli che pelle). La cosa meravigliosa è che sorride sempre. Sarà che mangia solo verdura ma ha i denti bianchissimi. Sarà anche che l effetto contrasto chiaro scuro, a causa della pelle, è molto forte in codesto individuo.

Comunque non mi sono risparmiato dal chiedere il perche di tale stazza per un mangiatore di verde.2013-05-22 13.40.34Lui non per nulla offeso mi risponde “non cago tanto quanto caghi tu!”. Ridere. E cosi quasi ogni giorno batute del genere. Come quando dopo che gli ho chiesto da dove venissero le uova lui mi risponde dalla gallina che sta dietro il bancone e io “ e col gatto non litigano” e lui “ no sono amici! Anzi qualche volta il gatto va la dietro e fanno anche “cositas” (cosine). Ecco il sopracciglio boliviano che fa flessioni per facilitare che mi arrivi il messaggio che quella era una battuta.

Cosi ogni giorno per calle carlos calvo, una “milanesa” siciliana e un “prezzemolo”boliviano  si incontrano si salutano e se avviene una compravendita scambiano delle parole e due battute.